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Che cosa sono io

Sono antifascista.

Antifascista è un termine puntualmente equivocato, interpretato nel suo senso riduttivo e, in quanto tale, sottovalutato. Finisce per attirarsi due critiche, talvolta espresse, talvolta implicite negli sguardi di sufficienza.

Da un lato, si nega la presenza storica e attuale del fascismo, affermando che, se il fascismo non esiste più, non avrebbe senso essere antifascisti. Dall’altro lato, si definisce l’antifascismo come una semplice negazione del fascismo, riducendo la sua forza alla sola contrapposizione.

Quanto alla prima obiezione, sia chiaro: ancora oggi esistono il fascismo e i fascisti, esistono Forza Nuova, Casapound, Sovranità, esistono quelli che fanno il saluto romano, quelli che inneggiano ai forni crematori, quelli che vanno in pellegrinaggio a Predappio, quelli che addobbano le spiagge a tema mussoliniano, quelli che cacciano le famiglie dalle case popolari perché hanno un poco di sangue eritreo nelle vene, quelli che picchiano i comunisti e gli stranieri, quelli che dicono che uno straniero ha picchiato un ultrà e poi, però, a morire è lo straniero, chissà perché.

Oggi, poi, essere fascisti non può più essere considerata una scelta incolpevole: è piuttosto il sintomo di un disturbo, una forma di sociopatia, la volontà di essere inadeguati alla realtà, pur avendo tutti i mezzi, storici e intellettuali, per non cadere nella disinformazione nostalgica, autoritaria e razzista, nelle bugie che costruiscono uno schema di idee paranoiche e scollate dalla realtà, buono solo ad auto-sostenersi.

E quindi il fascismo è tutt’altro che passato. D’altronde, scriveva Gobetti all’indomani della Marcia su Roma, l’autoritarismo mussoliniano non è una drammatica parentesi nella storia italiana, ma affonda le radici nella natura servile di chi ambisce ad assoggettarsi (una natura che, complice forse il vuoto politico lasciato dal fallimento dei partiti e la conseguente necessità di identificare nuovi punti di riferimento, negli italiani sta esplodendo come un’emorragia).

Il fascismo in Italia è un’indicazione di infanzia perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo. Si può ragionare del ministero Mussolini come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione.

Insomma, il fascismo esiste a prescindere dalle etichette: non basta (e forse nemmeno serve) combattere i fascisti dichiarati, introdurre ulteriori orpelli giuridici per ingaggiare una battaglia retorica, se non ci si preoccupa anche del fascismo dei non fascisti: quando il fine giustifica i mezzi, quando si zittisce il conflitto con l’autorità, quando si fanno accordi con dittatori e milizie per evitare di avere intorno migranti e profughi pur intuendo la loro sorte, non si è fascisti? Oppure – calandosi in contesti a me più familiari – quando si sfrutta l’ignoranza di un elettorato ai limiti dell’analfabetismo per ottenere potere invece di impegnarsi nella sua crescita civica e civile, quando si fa della disinformazione e della propaganda il proprio modus operandi, quando si invocano leaderismi verticalmente sacrali invece di accettare la sfida della partecipazione critica.

Il fascismo è meno fascista se non ne esibisce i simboli?

Ecco perché sono antifascista: perché sento di non poter accettare che l’umanità venga calpestata. Il fascismo questo è: trattare gli altri come cose, da zittire o rimuovere se avversi, da usare come munizioni se utili alla causa. Disumanizzando l’altro, si possono mandare ebrei, zingari, oppositori nei campi di concentramento, si possono malmenare e ammazzare intellettuali e sindacalisti, si possono mandare al macello migliaia di persone per sedersi al tavolo della pace (cit.).

E, per rispondere alla seconda critica, l’antifascismo non è solo negazione del regime di Mussolini: se così fosse, all’indomani della Seconda guerra mondiale, ci saremmo trovati con un semplice regime liberale, identico a quello su cui si era innestato il Ventennio. Invece furono messe per iscritto, con un impegno democratico vero, promesse e principi perché l’antifascismo è, innanzitutto, una filosofia di vita pubblica, un insieme di valori profondi che esistono a prescindere dalla violenza a cui esso si oppone. A guardar bene, ci si accorge che è il fascismo a negare l’antifascismo, con i diritti che esso riconosce, è il fascismo a non poter esistere senza qualcosa di bello da distruggere, senza soffocare la libertà, senza calpestare l’umanità.

E, invece, essere antifascista, oggi come ieri, significa credere nella libertà di ciascuno e nella libertà di tutti. Di più. Essere antifascista significa volere che quella libertà sia reale, piena, costruttiva: così, accanto alla libertà, si pretende l’uguaglianza sostanziale, la giustizia sociale, senza la quale, per parafrasare Pertini, la libertà “non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame”. Essere antifascisti significa sentirsi umani e parte di un’umanità più grande, superare l’egoismo ma conoscere le necessità, impegnarsi perché a nessuno manchi mai dignità, perché ognuno possa partecipare, sviluppare sé stesso con gli altri, vivere e vivificare una società basata sui diritti.  

Non è anacronistico, ma non è facile per niente.

Le cose belle, quelle destinate a durare, non lo sono mai.

 

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