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Covid-19 e bias cognitivi

Di Fabio Sabatini

L’Italia è oggi l’epicentro dell’epidemia. Sulla Harvard Business Review, Gary Pisano, Raffaella Sadun e Michele Zanini (Harvard) spiegano cosa non ha funzionato in Italia e suggeriscono al resto del mondo alcune regole semplici per evitare di ripetere i nostri errori (http://tiny.cc/b7o5lz).

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SUPERARE I BIAS COGNITIVI

I leader politici non hanno compreso l’ordine di grandezza della minaccia incombente, nonostante avessero tutte le informazioni necessarie per comprenderlo.

Perché?

All’inizio i ripetuti avvertimenti degli scienziati sono stati accolti con forte scetticismo dal pubblico e dai suoi rappresentanti. Molti hanno sofferto del cosiddetto “bias di conferma”: la tendenza a credere solo alle informazioni che confermano le proprie speranze e pregiudizi (o a interpretarle in modo distorto per ottenere tale conferma).

In parole povere, si pensava che l’epidemia fosse un problema lontano e poco concreto, e si prestava attenzione solo alle notizie che sostenevano una visione “ottimista” del problema.

Per esempio, Roberto Burioni è stato accusato di voler creare allarme per rafforzare il suo ruolo pubblico anche da parte di commentatori solitamente avveduti. Ho visto menti raffinate selezionare e diffondere esclusivamente notizie e aneddoti che sminuivano l’emergenza, talvolta perfino per ragioni personali (per esempio, proprio l’antipatia verso gli studiosi che lanciavano l’allarme).

Nel caso di fenomeni che progrediscono in modo esponenziale come le epidemie, i bias cognitivi sono particolarmente forti. Siamo abituati a concepire le variazioni in termini lineari (1, 2, 3, 4), non esponenziali.

Quando una crescita è esponenziale, 500 casi diventano più di 1 milione in appena 11 tempi di raddoppio. Dopo altri 10 tempi di raddoppio diventano 1 miliardo.

Nei processi esponenziali, la finestra di tempo disponibile per le contromisure è molto breve ed è fondamentale *riconoscere* tempestivamente l’emergenza.

La difficoltà dei leader di ascoltare gli esperti ha un costo molto alto per la collettività.

Nel caso italiano i leader politici hanno difficoltà anche a distinguere i veri esperti, quelli che hanno studiato per esserlo, dagli esperti improvvisati che millantano titoli accademici a volte inesistenti. Basti pensare che tra i consulenti “scientifici” del governo figura un certo Gunter Pauli, che suggerisce improbabili collegamenti tra 5G e #coronavirus e celebra gli effetti benefici dell’epidemia in termini di rallentamento della crescita e diminuzione dell’inquinamento.

EVITARE SOLUZIONI PARZIALI

Le soluzioni parziali sono inefficaci. Il governo ha aumentato progressivaente le restrizioni con una serie di decreti, senza tuttavia concepire un piano organico di contrasto dell’epidemia.

L’Italia si è trovata a “rincorrere” il virus anziché prevenirne la diffusione. Imporre il lockdown solo ad alcune città ha favorito il contagio al di fuori delle zone rosse, come l’esperienza di Bergamo ha dolorosamente insegnato.

Le restrizioni funzionano solo se accompagnate da una serie di altre misure. Per esempio, la somministrazione di massicce quantità di test è utile solo se effettuata insieme a rigorosi protocolli di contact tracing che forniscano – e condividano con il pubblico – informazioni *anonime* sugli spostamenti delle persone potenzialmente infette, come in Corea del Sud (http://tiny.cc/mjl5lz).

Come suggerito dai medici di Bergamo nella lettera al New England Journal of Medicine (che ho tradotto qui: http://tiny.cc/o1l5lz), per contrastare la pandemia i sistemi sanitari devono adottare un approccio community-centered, basato sullo spiegamento di servizi alla comunità, sul territorio. Solo così si può alleggerire la pressione sugli ospedali e limitare i rischi di contagio, specie per il personale sanitario.

IMPARARE IN FRETTA

Gli approcci di Cina, Taiwan, Singapore e Corea del Sud insegnano molto. Ma non bisogna necessariamente guardare così lontano. Soluzioni efficaci a volte si trovano anche alle porte di casa. Basti guardare ai diversi approcci di Lombardia e Veneto (http://tiny.cc/lan5lz).

Le due regioni hanno usato strategie simili per quanto riguarda le restrizioni, ma il Veneto ha adottato misure più aggressive per contrastare la diffusione del virus:

1) Test sistematici ai potenziali contagiati. In Lombardia, invece, i medici che sviluppano sintomi in seguito a ripetuti contatti con pazienti positivi difficilmente riescono a effettuare un tampone.

2) Tracciamento attivo (pur con metodi tradizionali) dei contatti dei pazienti positivi, per sottoporli a tampone. Nel caso sia impossibile effettuare il tampone, ai potenziali contagiati viene ordinata la quarantena.

3) Forte enfasi sulla cura e l’assistenza domiciliare, per alleviare la pressione sugli ospedali ed evitare di trasformarli in focolai di contagio.

La Lombardia inizia a emulare alcuni aspetti dell’approccio veneto soltanto un mese dopo l’inizio dell’emergenza.

I DATI SONO IMPORTANTI

I dati diffusi finora sono imprecisi, tardivi, e sostanzialmente inutilizzabili al fine di una seria inferenza statistica sull’evoluzione dell’epidemia.

Le statistiche aggregate della Protezione Civile servono solo a “descrivere” il fenomano a beneficio dei giornalisti ma sono inutili per i ricercatori. Abbiamo bisogno di dati a livello *individuale*, riferiti ai singoli pazienti e agli ospedali che li hanno eventualmente in cura. Solo conoscendo l’epidemia fin nei minimi dettagli possiamo contrastarla efficacemente, come ho provato a spiegare qui: http://tiny.cc/uco5lz.

Bisogna fare presto. Viviamo in una fase cruciale in cui ogni ritardo rischia di avere durissime ricadute di lungo periodo, sia sulla salute pubblica sia sull’economia. Non possiamo permetterci errori grossolani che tecnicamente sarebbe molto facile evitare.