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Il difficil mezzo

Questi commenti si riferiscono a Lucio Marzo, il minorenne che ha confessato l’assassinio di Noemi Durini, la sedicenne con cui era fidanzato, ma potrebbero riferirsi a qualunque fatto di sangue riportato dalla cronaca. Mi hanno ricordato il prologo di un bel romanzo uscito un paio di anni fa, I giorni della nepente (di Matteo Pascoletti, edito da Effequ), che, imitando un coro tragico, riportava sulle pagine le reazioni dell’opinione pubblica, tanto prevedibili quanto violente nella loro spasmodica necessità di condannare qualcuno, che dalle strade di Perugia si trasferivano sui social network per poi esprimersi, con cruenta catarsi, di nuovo nella realtà della città umbra.

Ogni volta che, di fronte a un fatto di cronaca nera, leggo o sento gente che inneggia alla pena di morte mi chiedo se, davvero, ritengano che abbia senso la proposta di punire assassini e stupratori con qualcosa che renda assassino o stupratore lo Stato democratico che dovrebbe condannarli.

Studi ben più approfonditi di questo post mostrano come la severità della pena non riduca il numero di reati e un certo Cesare Beccaria, quasi tre secoli fa, spiegava per quale motivo la violenza, oltre che disumana, fosse una scelta inefficace, aggiungendo: “il piú sicuro ma piú difficil mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l’educazione”.

Eppure, nel ventunesimo secolo, di fronte a delitti efferati regrediamo ai primi codici, quelli che imponevano “occhio per occhio, dente per dente”: per soddisfare la nostra percezione di sicurezza e, nello stesso tempo, allontanare il male da noi, metterlo al bando, stigmatizzarlo tentando di mostrare quanto siamo diversi. Auspicando la violenza punitiva, cerchiamo di eliminare ogni residuo di empatia, cercando di convincerci che tanto, noi, mai potremmo subirla.

Ma quel “perfezionare l’educazione” proposto dall’illuminista Beccaria è un consiglio che dobbiamo sforzarci di seguire. Non si tratta di semplice buonismo (termine disgustoso con cui si bolla e si bullizza la mancanza di crudeltà), ma di una scelta razionale: perché la pena arriva dopo, mentre l’educazione previene, evita o, meglio, riduce la possibilità che si arrivi al crimine.

L’approccio educativo è, certo, un difficil mezzo: non si improvvisa come la gogna o il linciaggio e non riesce a rispondere a quella richiesta viscerale di soluzioni immediate, indotta dalla tendenza politica a trattare ogni problema come un’emergenza. Perché l’educazione funzioni, infatti, serve progettualità, impegno a lungo termine, unito alla pazienza di attendere risultati non percepibili immediatamente. E poi è necessario che la società collabori, sia coinvolta, partecipi: gli sportelli antiviolenza a nulla valgono se la colpa di uno stupro ricade sull’abbigliamento della vittima, così come i progetti di integrazione saranno inefficaci se l’opinione della gente continuerà a basarsi sul pregiudizio.

Insomma, collaborare all’educazione sociale della nostra comunità è l’opposto di inneggiare alla pena di morte: se schiumando come cani rabbiosi di fronte alla punizione cerchiamo di dichiararci antropologicamente diversi dal criminale (paradossalmente aumentando la somiglianza), accettando di essere coinvolti partecipiamo anche al fallimento dell’educazione, nella commissione del delitto.

Io non ho mai ammazzato nessuno e non condivido con un assassino il suo crimine, quindi il coinvolgimento della comunità nell’educazione e anche nel suo eventuale fallimento non significa assolvere i colpevoli: comprendere non significa giustificare. Capire ci porta però a risalire alle cause strutturali, a cercare nei nostri schemi mentali l’origine sociale dei delitti, o anche il semplice essere in grado di riconoscere le situazioni a rischio intorno a noi prima che degenerino: non ha senso vendicare le vittime, ha senso cercare di ridurne il numero, educando l’intera comunità, colpevoli compresi.

È un obiettivo che, come Stato, ci eravamo già posti tempo fa, quando nella Costituzione si era scritto: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Bisognerebbe avere il coraggio di attuarlo davvero.