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The lesser evil – recensione inutile di The Witcher su Netflix

Partiamo da un presupposto, io sono un fan dei videogiochi di The Witcher, dal primo perfettibilissimo esperimento di dieci anni fa fino al capolavoro che è Wild Hunt, ma non ho apprezzato particolarmente i libri originali di quello str***o di Andrzej Sapkowski che, pur nella loro rappresentazione di uno scenario medievale crudo e realistico fuso a dovere con l’high fantasy di origine est europea, ho sempre trovato narrativamente infantili (e se non fosse stato per la trasposizione videoludica non sarebbero plausibilmente mai usciti dalla Polonia)*.

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Oh, hi.

Ma non sono né un fanboy del primo medium né un detrattore intransigente del secondo, e la mia posizione di partenza sull’adattamento Netflix è solo la speranza di trovarmi a fruire di una serie fantasy avvincente, avventurosa e coreografica quanto basta con il valore aggiunto un protagonista che, sebbene un po’ stereotipato, ha il carisma disilluso e sarcastico dell’antieroe moderno.

“This world doesn’t need a hero. It needs a professional”.

Se avete vissuto su Marte nell’ultima decade e non sapete di cosa stiamo parlando, The Witcher (Strigo nell’edizione cartacea italiana) narra le avventure di Geralt di Rivia, guerriero appartenente alla razza di mutanti, appunto, dei witcher, bambini umani generalmente orfani o venduti dalle famiglie più povere, la cui fisiologia viene alterata magicamente per essere trasformati, da adulti, in cacciatori di mostri a pagamento. Divisi in gilde ognuna rappresentata dal simbolo di un animale vergato nel medaglione che i membri portano al collo. Dotati di cicli vitali più lunghi del normale, di sensi e riflessi iper-sviluppati, capaci di guarire più in fretta dalle ferite e sterili. Adepti nell’uso di peculiari tipi di magia (i Segni) e di esclusive forme di alchimia per essere più efficienti nel loro lavoro.

Che operano in uno scenario fantasy chiamato il Continente, caratterizzato da intrighi politici e scontri tra sovrani, povertà, diseguaglianze, un generalizzato grigiore morale e una disperazione diffusa, dalla magia come elemento cardine nella società e con la presenza di creature sovrannaturali più o meno pericolose un po’ dappertutto.

Nelle avventure narrate il personaggio, qui interpretato dall’ex Man of Steel Henry Cavill, è un witcher veterano stanco e pragmatico che vaga per il Continente in cerca di incarichi, seguito spesso (tra gli altri) dall’irritante bardo Dandelion (Jaskier nella serie TV, interpretato da Joey Batey), incrociando in più occasioni la potente strega (e interesse romantico) Yennefer di Vengerberg (Anya Chalotra) per poi diventare guardiano della principessa Ciri (Freya Allan), di discendenza elfica e dai poteri misteriosi, sua protetta secondo l’antica tradizione della Legge della sorpresa (intorno alla quale in seguito verrà costruito l’arco narrativo più coeso di tutta la saga).

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“Discendenza elfica”. Non ci credo che l’ho scritto davvero.

Vi ricorda qualcosa che avete visto di recente? Ok fate finta di niente. Perché diciamo subito qualcosa che in questi giorni è stato ripetuto fino alla nausea: The Witcher di Netflix non è il nuovo Game of Thrones. E non avrebbe potuto mai esserlo perché, nonostante le vicinanze stilistiche, alla storia originale manca la maturità e la visione sociopolitica dei racconti di George R. R. Martin, così come il senso di scala dello scenario immaginato sul medio e lungo termine da quest’ultimo.

I primi due libri della saga, a cui questa stagione si ispira direttamente, infatti sono solo delle raccolte di racconti brevi con protagonista il cacciatore di mostri e hanno una interconnessione narrativa piuttosto flebile tra loro, sebbene costruiscano uno scenario piuttosto coerente e ben definito. E narrare una storia come quella tessuta in Westeros, avendo tra le mani certo materiale, è una cosa semplicemente irrealizzabile.

Cosa di cui possiamo tranquillamente fare a meno, sia chiaro, perché è del tutto possibile produrre qualcosa di buono con una struttura più episodica, se la carne al fuoco è sufficiente, e qui lo sarebbe.

Purtroppo però i problemi della serie Netflix sono altri.

Ciccio mi avrai mica tirato uno spartacus?

Superato il pilot, che è di qualità mediamente superiore a tutto quello che viene dopo (pur se afflitto da una parte centrale che si trascina un po’) il resto degli episodi soffre di un continuo alternarsi di cali qualitativi francamente sorprendenti. In un momento hai una fotografia eccellente con ottimi scorci naturali alternati a scenari urbani medievali polverosi e resi benissimo, scandita da combattimenti cruenti e girati da dio, il momento successivo ti ritrovi un episodio di una vecchia serie prodotta da Sam Raimi (con tutto il rispetto).

Nello specifico il picco negativo è il sesto episodio, bottle episode dove  tra un paio di creature realizzare in una CGI terribile (compreso un drago che vorrei dimenticare al più presto) – c’è un combattimento dove probabilmente erano finiti i soldi per gli effetti e non c’era modo di far usare la magia a Yennefer, quindi si è optato per trasformarla di punto in bianco in un’abilissima spadaccina, con la Chalotra in evidente difficoltà fisica nella sua scena di lotta, nonostante il montaggio. Sul serio, sembra di guardare Legend of the Seeker, bisogna vederlo per crederci.

Poi il costume design è qualcosa di inspiegabile in una serie del 2019. Con anche qui, va da sé, il picco negativo nell’episodio 6 e generalmente nelle armature dei soldati di Nilfgaard (i big bad della storia) che sarebbero qualcosa di perfettamente adeguato, chessò, a un cattivo dei Power Rangers.

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Videogioco sulla sinistra, serie TV high budget sulla destra. Seriamente.

Guarda io non voglio Aaron Sorkin, ma qui siamo a livelli pagina fake di Di Battista.

La scrittura infine, sorvolando sugli stereotipi già presenti nel materiale di partenza, non brilla certo per chiarezza.

Nulla viene spiegato a dovere, se non qualcosa sui rapporti di forza tra i regni e sul ruolo della Fratellanza dei maghi, ma solo nelle fasi finali. Tutto il background dei witcher viene lasciato nell’ombra. L’alchimia, i Segni, la mutazione e cosa comporta, le loro abilità, il loro ruolo nella società (perché tutti li odiano se sono letteralmente creati per proteggere la gente da licantropi e vampiri?), nulla viene presentato in maniera anche solo vagamente chiara.

Spesso e volentieri ci si trova a vedere il protagonista che usa delle abilità senza capire cosa stia facendo o che effetti abbiano avuto nell’economia dell’azione. E non si comprende se è una scelta stilistica o solo lazy writing, ma se è straniante per me che so già cosa è un Segno e capisco cosa stia succedendo, posso solo immaginare che effetto possa avere su un nuovo spettatore.

E come ciliegina sulla torta gli autori hanno scelto di gestire le tre trame principali, Geralt, Yennefer e Ciri, non solo in maniera separata (nulla di male in sé, considerato che sono chiaramente presentate come convergenti) ma su timeline differenti, senza alcuna indicazione all’utenza.

Quindi ci si ritrova sovente di fronte personaggi che avevamo visto morire due episodi prima, senza alcuna preparazione, senza che la narrazione o la regia ci diano alcuna indicazione sul fatto che ci troviamo in periodi temporali diversi, con alcuni personaggi che, in più, invecchiano normalmente mentre altri hanno sempre lo stesso aspetto (witcher e maghi, nello scenario, hanno cicli vitali molto lunghi, gli stessi Geralt e Yennefer al momento degli eventi hanno tra gli 80 e i 90 anni, pur dimostrandone sempre un terzo, senza che la cosa venga mai detta). Dovrebbe essere una cosa che aggiunge personalità alla narrativa, che crea curiosità. Gestita così però rende solo tutto confuso.

E questa carenza da parte della writing room finisce per impattare anche sui personaggi, Geralt è freddo e cinico in un momento ed eroico fino al sacrificio in quello successivo senza che riusciamo a percepire cosa lo spinga a certe giravolte. Yennefer è stolida nella sua ricerca di potere e affermazione, disposta a qualunque rinuncia per uscire dalla sua condizione di figlia deforme data via per meno del prezzo di un maiale (letteralmente) ma qualche episodio dopo si lamenta di ciò che le è stato tolto, quando in realtà tutto ciò a cui ha rinunciato è stato per sua scelta in cambio di potere e bellezza. E questo solo per fare due esempi.

C’è da dire che gli attori fanno tutto il possibile per rendere giustizia ai loro personaggi, Cavill si impegna nonostante i suoi limiti oggettivi e si vede che ci crede una cifra, Anya Chalotra è eccellente come Yennefer finché il suo personaggio non diventa una bambina capricciosa e incoerente, e il Jaskier di Batey è un comic relief di tutto rispetto (con una gran voce, tra l’altro, cosa non trascurabile per un bardo), ma con questo materiale su cui lavorare non c’è così tanto a cui aggrapparsi per ottenere una performance attoriale davvero degna di nota.

“So that’s all life is to you? Monsters and money?”.

Chiariamo una cosa: non è tutto negativo quello che si trova in questo adattamento Netflix.

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A parte lei, dico.

Il valore di produzione è comunque alto, anche se altalenante, e in alcuni episodi fotografia, regia e coreografie valgono il biglietto. Nell’impressionante pilot in particolare come nell’episodio con la striga, dove realizzazione e scelte di design della creatura sono davvero notevoli. Mentre i dialoghi, quando puntano a calcare sull’umorismo secco e spesso nerissimo di Geralt, riescono a divertire nonostante il livello di scrittura generale non sia il massimo.

E vedere finalmente una produzione di prima fascia abbracciare l’high fantasy anche nelle sue sfaccettature più camp (maghi che sparano palle di fuoco, una volta tanto, grazie) senza rinunciare a una pretesa narrativa matura e ad una ambientazione dark con un sottotesto politico credibile è comunque un piacere.

Inoltre la nostra paura più grande, ovvero quel cagnaccio di Henry Cavill, si è rivelato essere la cosa più solida dell’intero progetto. Granitico, cupo e letale come Geralt deve essere, sorprendentemente a suo agio nel registro più sarcastico del personaggio e abbastanza sveglio da provare a ricalcare vocalmente, con un certo successo, il lavoro del doppiatore storico della saga videoludica (l’eccellente Doug Cockle) che ha reso negli ultimi dieci anni il rauco e disilluso cacciatore di mostri come nessun altro avrebbe potuto.

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Grugno scolpito nella pietra. In tutti i sensi.

Personalmente, non solo da fan del personaggio quanto da appassionato di fantasy in generale, spero che l’esperienza generalmente negativa di questa prima stagione (sia su Metacritic che su Rotten Tomatoes i voti non arrivano alla sufficienza) non spezzi le gambe alla produzione e lasci abbastanza da raddrizzare il tiro per la seconda, già annunciata.

Il materiale c’è tutto, i personaggi anche e gli attori ci credono, e poi Sapkowski ha fatto pace con i ragazzi di CD Projekt Red, quindi i riferimenti ai giochi non saranno più un taboo (sì, aveva messo un veto perché, secondo lui, dai diritti sui videogames non aveva guadagnato abbastanza. L’ho già detto che è un vecchio str***o?).

Adesso basta solo trovare qualcuno capace di scriverci sopra una storia decente (magari anche un costumista nato in questo secolo) e potremo salire tutti in sella a Roach e goderci il viaggio.

The Witcher è su Netflix

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* Sì sì, The Witcher3: Wild Hunt è un romanzo fantasy molto migliore di quello che il vecchio Sap abbia mai potuto anche solo immaginare, e nella sua produzione lui non è entrato se non per chiedere i soldi delle royalties. That’s all folks.