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Bella l’Italia, le mancano giusto un paio di esplosioni – recensione non richiesta di 6 Underground

L’episodio tre della quarta stagione di Rick and Morty è una parodia, geniale as usual, degli heist movie, ovvero quei film in cui truffatori o geni del furto assortiti riescono a sfangarla in una serie di doppi e tripli giochi interconnessi circonvoluti al limite del ridicolo.

Cosa di cui al momento non ci frega niente perché alla fine della fiera l’episodio in questione è solo un modo di prendere per il sedere l’atteggiamento di Netflix che ultimamente sembra pagare e produrre letteralmente qualunque monnezza gli venga proposta.

Se siete svegli la metà di quello che serve per usare la rete .torrent avrete già capito dove voglio andare a parare.

Bravi. 6 underground è un film di merda.

In sintesi è la storia di un ricchissimo genio del tech (il personaggio di Ryan Reynolds, che qui si produce il film a uso e consumo) – una specie di Elon Musk più amante della privacy ed effettivamente capace di inventare qualcosa – che decide di fingere la propria morte e usare il suo patrimonio per assemblare un team di cinque mercenari clandestini a loro volta ufficialmente morti (in tutto quindi una squadra di sei elementi, ufficialmente morti quindi undeground. Esiste l’Oscar per i titoli?) per portare giustizia nel mondo, rovesciare dittature e assicurare alla legge boss criminali che sfuggono alle forze dell’ordine.

Quando hai una idea così stupida ma ormai sei abbastanza famoso da potertela far produrre e hai un colosso dello streaming gestito da boccaloni che se magnano tutto, affidare il timone a qualche genio dell’action tipo Timo Tjahjanto o a stilosi mestieranti tipo Antoine Fuqua o Chad Stahelski sarebbe fuori luogo, l’unica cosa puoi fare è piazzare alla guida del progetto un regista action la cui idiozia sia visibile dallo spazio a occhio nudo e hai fatto en plein.

Qualcuno ha detto Michael Bay?

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MICHAEL BAAAAAAAAAAAAAAYY!!!!

Ora, visto che ci sono un sacco di soldi in ballo la produzione si concede un bel po’ di location esotiche agli occhi del pubblico USA (che però diciamocelo, troverebbe esotica pure Ladispoli), quindi facciamo finta di concedergli almeno la dignità estetica di una serie si spot cartolina e andiamo con ordine:

  • I primi estenuanti 20 minuti c’è questo inseguimento in auto a Firenze dove Michael più o meno imita stilisticamente il Tony Scott di Man on Fire e ottiene l’effetto che avrebbe una competente cover band dei King Crimson (nulla di più) aggiungendo i tocchi personali (sic.) di pedoni investiti male (“Why is everyone on a fucking Vespa?”) e automobili di passaggio tranciate in due solo perché un riccone che vuole fare Batman ha dato fastidio a un mafioso.
  • La parte centrale ha i flashback sui personaggi di cui non frega niente a nessuno e in cui riescono ad applicare il Netflix bloat persino a un film action, mentre nel presente Bay sembra interessato più a quanto siano fighi i grattacieli di Hong Kong che all’azione in sé (la sequenza in cui c’è uno dei cattivi che tira granate all’esperto di parkour è di un grossolano a livello dei C movie meno convinti di Chuck Norris).
  • La porzione finale è nella mia cara Taranto, relegata all’ultima mezz’ora e visibile limitatamente alla zona del Ponte Girevole con il Castello Aragonese a contorno. Dove invece quello che si sarebbe potuta inventare gente come Johnnie To o Gareth Evans, nelle rigide geometrie stradali zeppe di auto tra Corso Umberto e il Lungomare, ce lo possiamo immaginare solo noialtri per cui l’action è tipo il porno. E invece ci è toccato Michael Bay, che si diverte con il suo yacht giocattolo superlusso nel canale del Mar Piccolo e con la storia del magnete-gigante-app-controlled del personaggio di Reynolds mentre noi fissiamo quanto manca alla fine del film sulla barra del player.

E ripeto, io sono un fan sfegatato del genere. Per me gli Arma Letale di Gibson e Glover sono tipo il Vangelo, mi è piaciuto pure Fast&Furious: Hobs e Shaw e sono misteriosamente (in buona compagnia, tra l’altro) un fanboy di Mike Banning.

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You serious?

Poi non posso, proprio fisiologicamente, disprezzare troppo un vanity project del mio amico Ryan. Ma questo diavolo di film, con quella bulimia di esplosioni e rallenty for the lulz, con la violenza grottesca sempre sullo sfondo e mai strumentale assolutamente a niente, con gli sceneggiatori pazzerelli dei due Deadpool a cui non viene concesso di andare oltre la battuta meta (cosa.li.avete.assunti.a.fare?), con i combattimenti corpo a corpo tutti in shaky cam (ancora perdio Michael? Ancora?! La shaky cam nel 2020?!), con vi giuro tutta la parte centrale noiosissima (sul serio, neanche nei peggiori DTV dello Steven Seagal panzone), con l’insopportabile moralismo di fondo, è letteralmente due fo**ute ore tra le più odiose di cui io abbia memoria.

Ed è un peccato capitale, perché il valore di produzione è alle stelle e l’idea del Fast&Furious personale di Ryenolds sulla carta funziona anche troppo bene. Poi il cast è interessante e in palla. Oltre al protagonista, che è il solito adorabile cialtrone del post Deadpool, abbiamo Melanie Laurent (Inglorious Basterds) che fa l’operativa di intelligence con la solita funzionale espressione annoiata che gli americani pensano tipica di tutti i centro europei, Manuel Garcia-Rulfo (Golia, Dal Tramonto all’Alba) che si diverte un mondo nella parte dell’ex killer con il cuore da bambinone, Corey Hawkins (quello che avevano provato a lanciare come erede di Kiefer Sutherland in 24: Legacy)  che fa il delta force con l’etica inattaccabile, Ben Hardy (Bohemian Rapsody) piuttosto credibile come il free runner british swaggoso e Adria Arjona (Good Omens) che funziona anche solo inquadrandola (e tenetela d’occhio perché credo che la si vedrà sempre più spesso in giro).

Tutto buttato allegramente nel cesso perché non si è riusciti a dare le redini a qualcuno con la testa nel presente del media. Il mondo post John Wick e post The Raid, per intenderci. Rendo l’idea?

Una cosa che ha un valore quasi didattico: Come non si fa l’action nel ventunesimo secolo, for dummies.

Chiudo con un invito. Visto che ci sono persino dei sequel in arrivo facciamo una cosa, Ryan: per il prossimo capitolo ti porti dietro il tuo amico David Leitch, che al momento sulla piazza USA è il meglio a disposizione e con cui hai già fatto cose pregevolissime, lasci lavorare come sanno Rhett Reese e Paul Wernick, magari piazzi Hugh Jackman come antagonista (lo so che muori dalla voglia) e in ogni caso tieni alla larga i vecchi bolliti convinti che Devastator con le palle faccia ridere.

Io vado a rivedermi The night comes for us. Alla prossima