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Per partito preso

Negli ultimi anni abbiamo dovuto assistere al deteriorarsi del lessico: alcune parole hanno assunto un’aura negativa che difficilmente si scrolleranno a breve. Uno di questi termini, in tutte le sue possibili declinazioni, è politico, come sinonimo di fannullone, di ladro istituzionalizzato, di colluso con i peggiori sistemi di potere, dalla mafia alla massoneria.

Tra le cause e gli effetti di questa trasformazione ritrovo quel civismo deteriore che, se potessi permettermi di parafrasare Platone (cosa che ovviamente non potrei fare, ma che farò comunque), definirei oclocrazia: il dominio della folla, l’abbassamento del livello decisionale a quello dei luoghi comuni, degli istinti, degli odi ancestrali e delle irrazionali adesioni emotive.

Talvolta, fingiamo che questa politica da strada sia il trionfo della democrazia: in effetti, i diritti dovrebbero arrivare anche agli ultimi, a quelli che per scelta, per natura o per bisogno non hanno la possibilità di partecipare attivamente alla vita politica del paese. Ma una forza di sinistra dovrebbe impegnarsi a elevare gli ultimi, non abbassare al livello più basso la politica che, paradossalmente, dovrebbe essere proprio lo strumento per l’elevazione dei cittadini.

Non più tardi di qualche anno fa, ad esempio, il Parlamento (oserei dire il Partito Democratico) rinunciò a garantire al paese uno dei migliori presidenti della Repubblica che l’Italia avrebbe potuto avere. La spiegazione, per bocca di Fassina, fu “Mia cognata che lavora alla posta e mio cognato che fa l’elettrauto non sanno chi è Rodotà”. D’altronde, molti altri avrebbero definito Stefano Rodotà e altri illustri giuristi, dei professoroni, dei parrucconi, dei gufi, dimenticando la propria tradizione politica e insultando sé stessi nel dileggiare la competenza e la profondità di pensiero altrui. Ma non voglio dilungarmi sulle colpe di chi ha rincorso il populismo fingendo di fargli opposizioni, quanto piuttosto capire che cosa, per me, significhi fare politica.

E la politica non può né deve essere un discorso da bar: non sono utili né costruttive le chiacchiere tra l’ira e la rassegnazione che elencano problemi annosi senza proporre soluzioni o, peggio, proponendone di violente o di semplificatorie. Ancor meno posso sopportare che questo tipo di conversazioni pseudo-politiche escano dai bar e si insedino nei luoghi di vera politica, senza nemmeno la scusa del caffè corretto o della birra troppo presto al mattino.

Ma fare Politica non può nemmeno voler dire allontanarsi dalla società. Ci sono due versi che concludono una vecchia poesia di Majakovskij, che suonano così: “Non rinchiuderti, Partito, nelle tue stanze, | resta amico dei ragazzi di strada”. Se ci troviamo, oggi, a rincorrere il populismo per ottenere consensi è perché i partiti di sinistra non sono rimasti amici dei ragazzi di strada, forse non sanno nemmeno chi siano. La politica li ha messi al bando, con la scusa del decoro, con le soluzioni contro il degrado e si è trasformata in un insieme oscuro di formule, di legalitarismo oppressivo perché meramente formale, un insieme di doveri e repressione in cui i diritti, invece di spettare a tutti, sono un premio per gli ubbidienti.

E quando quegli stessi ragazzi si sono trovati senza una rappresentanza ne hanno cercate altrove, finendo fisiologicamente per appoggiare chi gli forniva le soluzioni più semplici, che sono state naturalmente quelle istintuali, reazionarie. Perché i populismi intrinsecamente destrorsi hanno promesso di dargli una voce, quella che la sinistra chiusa nei salotti non gli dava più, e gli hanno indicato bersagli facili da attaccare invece di mostrargli, come la politica dovrebbe fare, che le cause e le soluzioni, per essere trovate, richiedono impegno e costanza, oltre che uno spirito critico che alle destre populiste non può appartenere.

Per me, la Politica, è altro da questo, tutt’altro: è visione, progettazione, servizio. È conoscere la società, condurre analisi più profonde, non fermarsi ai pregiudizi e non farsi fuorviare dalle tesi. È la capacità di scomporre grandi problemi in piccoli bisogni, è immaginare soluzioni alte, etiche, limpide e avere il coraggio di attuarle. È donarsi, diventare mezzo, strumento di elevazione sociale e culturale. È avere ben chiaro l’obiettivo di libertà e giustizia sociale che ci eravamo posti quando ancora non eravamo nati, ma veniva alla luce la nostra democrazia: è dovere della Repubblica, e quindi nostro dovere, rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

È quello che una volta facevano i partiti, quello su cui dovremo lavorare perché tornino a farlo.

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