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Punto di non ritor-no

Domenica e Lunedì saremo chiamati, oltre che in qualche regione a eleggere i nuovi rappresentanti locali, anche a votare il referendum costituzionale per il taglio dei parlamentari.

Sorvolando su quanto sia già a pelle è la riforma più approssimativa mai concepita (non era meglio dimezzare, chessò, gli stipendi e le diarie?) ma non volendo sfociare nel solito tifo anti-anti-politico (it’s a thing) a un certo punto è anche il caso diventare un po’ più umili e staccarsi dalla solita narrativa del “se è una proposta grillina è quasi sicuramente una stronzata” (anche se finora ha funzionato benissimo) e operare una analisi il più lucida possibile sul perché evitare come la peste questa ennesima pagliacciata basso propagandistica andando a snocciolare qualche numero:

  1. Il risparmio generato dalla riforma è scarsino. Questo è il cavallo di battaglia dei pro sì, l’argomento cardine della loro propaganda. Ma in realtà la spesa tagliata sarebbe 42 milioni per i deputati e 22 milioni per i senatori, per un totale di 64 milioni di euro l’anno circa (al netto delle ritenute fiscali). È lo 0.007% della spesa pubblica annuale italiana. Una cifra ridicola in cambio di cosa?
  2. La variazione al ribasso della rappresentanza. Questo è stato ripetuto all’infinito. Un deputato o un senatore rappresenterà una fetta maggiore di territorio e quindi di cittadini, e il problema è proprio lì: i parlamentari dovranno essere disegnati collegi elettorali più grandi, cosa che, specie nelle aree periferiche e con una densità abitativa bassa in relazione al territorio, non potrà che aumentare la distanza tra i cittadini e i rappresentanti, con tutto quello che ne consegue in termini di scollamento dalla base. Non solo. Guardiamo agli amministratori locali che contano sul supporto dei rappresentanti territoriali delle istituzioni centrali per riuscire a risolvere le problematiche locali (il mio territorio ne sa qualcosa), ogni parlamentare si troverà a rappresentare le istanze di circa 150 mila individui contro i circa 63 mila attuali. Avrà la forza o l’interesse di farlo o lascerà indietro le istanze delle porzioni di territorio più deboli o distanti da lui, ancora più di quanto non accada ora? Questa è una contingenza che chi non ha mai lavorato per il proprio territorio, anche solo nel terzo settore, non ha proprio i mezzi per comprendere, ed è francamente avvilente sentir difendere certe narrative tossiche da gente che considera come attività politica i meme ironici sull’Inter.
  3. L’Italia diventerà la democrazia meno rappresentativa d’Europa. È vero che l’Italia ha il secondo Parlamento più popolato d’Europa, dietro soltanto al Regno Unito dove però la Camera dei Lord e i suoi componenti (792 in tutto che però hanno uno status diverso dal nostro, non ricoprono cariche elettive e non ricevono stipendio fisso), ma il punto non è la situazione attuale, è quella successiva ad interessarci: con questa riforma il Parlamento italiano scenderebbe a 600 seggi (400 a Montecitorio e 200 a Palazzo Madama), superato anche da Francia, Germania e Spagna. Per indicare qualche dato: a Parigi siedono 577 deputati all’Assemblea Nazionale e 348 senatori, a Berlino il Bundestag è composto da 709 membri mentre il Reichstag da 69 (ma la Germania è una Repubblica federale, da tenere presente anche per quei fulmini di guerra che citano il caso degli Stati Uniti). Questo ci renderebbe il paese dell’Unione Europea con la peggiore rappresentatività, peggio solo la Spagna con circa 130 mila cittadini per ogni parlamentare.
  4. La penalizzazione dei territori sarà asimmetrica. Il taglio sarà pesante ovunque ma non con la stessa incidenza su tutti i territori. Per esempio la Toscana perderà sei senatori (da 18 a 12), con un taglio del 33%, (percentuale sotto la media nazionale che è del 37%). Più penalizzato ancora sarà il Friuli Venezia Giulia, che subirà un taglio del 43%, stessa percentuale dell’Abruzzo (entrambe passeranno da 7 a 4 senatori) e poco più della Calabria, con meno 40% (da 10 a 6 senatori). Ma soprattutto a essere penalizzate saranno Umbria e Basilicata, che passeranno da 7 a 3 senatori, per entrambe meno 57%. Mentre ad esempio il Trentino Alto Adige, per via delle due province autonome alle quali è stato garantito un numero uguale di senatori, perderà un solo seggio, scontando una diminuzione della rappresentanza parecchio inferiore alla media: meno 14%. Il risultato di questa distribuzione è una Italia ancora più frammentata di prima. E francamente non so se questa cosa, specie al sud, dopo tutto quello che abbiamo passato a causa dell’assenza fisiologica dello Stato (e con gli eletti che hanno sempre dimostrato di lavorare meno per territori in proporzione alla distanza, vedi punto 2), possa convenire in qualche modo.
  5. Lavori parlamentari più lenti (avete letto bene). Altro cavallo di battaglia fantoccio dei pro sì sarebbe l’efficientamento dei lavori parlamentari con la riduzione del numero delle unità coinvolte. Volendo tralasciare il fatto che non è assolutamente provato che se un Parlamento produce più atti sia più efficiente (è la qualità degli atti che conta, fa strano doverlo scrivere), e che comunque al momento il parlamento italiano è uno di quelli che producono più leggi in Europa, meno parlamentari significa meramente meno proposte di legge, meno membri delle commissioni per le revisioni, strutturalmente lavori più lenti nell’analisi degli atti di governo e maggiore giustificazione dei ricorsi alla fiducia. In realtà, con una micro analisi della situazione attuale neanche tanto approfondita, ci sarebbe da pensare che per aumentare l’efficienza parlamentare il numero di seggi andrebbe incrementato, sia per la necessità di avere un più ampio ventaglio di competenze sul tavolo ma anche in relazione alle assenze fisiologiche dei membri che – tolti gli assenteisti cronici come Salvini, Meloni e simili – sono completamente previste in qualunque organo collegiale. Come riportato infatti da una analisi della Fondazione Luigi Einaudi, l’esigenza dell’aumento del numero dei parlamentari era già stata condivisa quasi all’unanimità, proprio al fine di garantire l’adeguata, e al tempo stesso competente, presenza nei vari organi parlamentari.
  6. L’assenza di riforma elettorale contingente. Ridurre il numero dei parlamentari mantenendo i listini bloccati e senza proporzionale puro è una oscenità logica. Non significa solo ridurre la rappresentanza come abbondantemente già esposto, significa avvicinare il nostro governo una oligarchia de facto. E se credete a quelli che dicono (ancora?!) “è un primo passo, poi arriveremo anche a quello” beh, ho una cattiva notizia per voi.
  7. Gli argomenti del sì sono, come analizzato in questi sei punti, più o meno tutti basati su fallacie logiche (non sequitur e straw man in particolare), più sentimenti bassamente anti-politici e sensazionalismi del tipo “quelli che votano per il no sono brutti e cattivi e ka$ta” o “vogliono distruggere il movimento!!1!1!!” più varie altre retoriche piagnone che i Cinquestelle hanno mutuato dai loro ex fidanzati della Lega (che siano capaci di imparare qualcosa però, riflettendoci, è già un segnale importante), non so se sia il caso dargli troppo retta, proprio parlando steet level.

Fondamentalmente quello che si sta facendo con questa riforma cavernosamente scema e sbagliata nella forma e nei tempi, persino al netto delle considerazioni precedenti, è rendere ancora di più il parlamento in un feudo delle nomenklature partitiche. Tutto perché, in soldoni, qualcuno è così idiota da credere che così facendo stia portando avanti qualche forma di rivincita verso la politica sporca e corrotta, quando invece alla politica realmente sporca e realmente corrotta sta facendo un favore enorme (fossi io un signore delle tessere mi starei fregando le mani al pensiero di avere meno cani sciolti in giro alla prossima tornata).

Siamo letteralmente di fronte al tizio che si taglia il ca**o per fare dispetto alla moglie, non so se il quadro è chiaro.

Alla fine quello che non è riuscito a fare Renzi quando voleva rendere il Senato una specie di all you can eat per i partiti, stanno riuscendo a farlo i cinquestelle più o meno con tutto il parlamento, con la loro solita agghiacciante ignoranza. Insieme la prevedibile complicità di queste destre opportuniste e con quella, meno ovvia, della sudditanza culturale di tutte quelle porzioni del centrosinista, sufficientemente cretine da non capire che questo populismo anti-politico da quattro soldi sarà la loro pietra tombale (e a questo punto sarebbe anche comprensibile iniziare a sperarci, in questa eventualità).

Sarà anche inutile, ma io voterò no quanto meno per non sentirmi un fesso completo.

(Le ragioni del sì saranno volentieri vilipese nei commenti, servitevi pure)